Disturbo oppositivo provocatorio,…

Autore: Gabriella Merenda

Disturbo oppositivo provocatorio,… La scuola, materna e elementare è il primo ambito che richiama l’attenzione dei genitori sui comportamenti “strani “ che fino a quel momento venivano considerati come vivacità, capricci, irrequietezza.
 
La difficoltà del bambino di condividere le regole, la rabbia contro gli adulti e i compagni, l’impotenza dei genitori nel gestire la situazione, queste sono le parole attraverso le quali i genitori descrivono la fase in cui si trovano quando arrivano in studio.
 
Io non amo le “definizioni” ancora di meno quando si tratta di bambini, attaccare un’etichetta in età così precoce, implica il rischio che ci si dimentichi della persona e si porti avanti, magari per tutta la vita, la convinzione di essere malato.
 
Gli stessi “richiami” possono essere indicatori di situazioni diverse.
 
Intanto partiamo dell’assunto di base che i bambini dovrebbero essere vivaci, allegri, curiosi e magari anche liberi di muoversi in ambiti protetti. Utilizzo il condizionale perché nella nostra società, la mancanza di tempi degli adulti e i ritmi del quotidiano, portano i nostri figli ad avere le giornate occupate dall’alba al tra-monto, con la costante presenza di un adulto che propone quasi sempre regole e comportamenti. In più la tecnologia, propone passatempi statici, immobili davanti a se stessi, che non permettono né di amplificare le capacità relazionali, né di scaricare energia e vivacità. In questa cornice generale di cambiamento di stili di vita è importante dare uno sguardo a quei segnali che indicano difficoltà e ad altri che magari segnalano solo una peculiarità, una caratteristica che fa di quel bambino la sua unicità.
 
I sintomi però vanno definiti e riconosciuti per attuare l’intervento più opportuno ed efficace per tutto il si-stema famiglia e per il piccolo.
 
Il bambino con il DOP, cioè con disturbo oppositivo provocatorio, ha difficoltà ad interagire con gli altri, a-dulti e coetanei. Sfida i genitori e gli adulti che se ne occupano, spesso istigando e cercando il modo per ge-nerare irritazione. Le regole lo innervosiscono, mettendosi sullo stesso piano degli insegnanti, è permaloso e si arrabbia di frequente anche per futili motivi, per arrivare a litigare. Non sopporta il rifiuto e ha bisogno di stare al centro dell’attenzione. E’ capriccioso, sbatte i piedi e piange, è spesso rancoroso e cerca di vendi-carsi dei torti che pensa di aver subito, poiché ha un atteggiamento vittimistico e pessimistico in cui gli altri hanno sempre colpa del suo star male. Spesso ci sono disturbi di apprendimento correlati a questa struttu-ra di personalità.
 
Non è facile stabilire le cause di questo disagio, si ipotizzano più fattori:
 
A. potrebbe essere causato dai bassi livelli dei neurotrasmettitori nel cervello che controllano la gestione del giudizio, del ragionamento e dell’impulso. Questo potrebbe provocare il fraintendimento dei segnali so-ciali degli altri e reagirvi con ostilità. (Fattori biologici) B. potrebbe avere un collegamento genetico, visto che si verifica spesso nelle famiglie con precedenti di questo tipo. Il DOP tende anche ad essere predominante nei bambini che hanno genitori con disturbi da deficit di attenzione, iperattività, disturbo bipolare, depressione o problemi di abuso di sostanze. (Fattori Genetici).
C. può essere causato da fattori familiari disfunzionali, come il divorzio, conflitti coniugali, violenza in fami-glia o abusi sui minori. Il DOP potrebbe anche derivare da una modalità relazionale, comunicativa e affetti-va, in cui ci sono modelli educativi incoerenti, che alternano richieste di rigida disciplina a stili di vita confu-sionari che modificano velocemente regole e norme stabilite (Fattori Familiari). 
Sicuramente le ricerche cliniche, evidenziano alcune caratteristiche di stili familiari che si riscontrano come elemento comune in situazioni diverse.
 
I genitori o chi si prende cura dei bambini (spesso i nonni) sono troppo permissivi, non ci sono regole definite, c’è una mancanza di NO chiari e indiscutibili, che impedisce al bambino di capire quali saranno le risposte degli adulti alle sue azioni.
 
I genitori sono incoerenti nella relazione con il figlio, si fanno molto condizionare dai loro stati emotivi, al-ternando punizioni e ricompense senza una ragione precisa, in funzione della loro stanchezza e dei loro bi-sogni.
 
La coppia parentale trascura il figlio reale, cioè si coltiva un’immagine mentale del figlio che non corri-sponde al proprio bimbo , questo porta a sentimenti di delusione e ad abbassare le aspettative, quindi Il rapporto genitori-figli è freddo e poco comunicativo.
 
Di conseguenza i genitori, forse per la volontà di non apparire opprimenti, lasciano molta libertà al bambi-no, arrivando a non mostrare il giusto grado di interesse per le sue attività, i suoi pensieri, i suoi stati d’animo. Questa mancanza d’informazioni impedisce loro di conoscere bene il figlio e soprattutto li mette nell’impossibilità di comprendere il problema che egli manifesta.
 
O in alternativa, le famiglie esasperate, credono di poter contrastare l’aggressività dei figli facendo uso di punizioni corporali. Si attua un braccio di ferro nella speranza che il bambino riduca la propria aggressività, provocando l’effetto contrario, infatti se il bambino è già di per sé aggressivo, la punizione non farà altro che rafforzare ancor più questa sua tendenza, si propone un modello attraverso l’aggressività per imporre la propria volontà.
 
Alla luce di quanto detto fin’ora è evidente che l’intervento deve attuarsi con i genitori, con il bambino e con la scuola. Bisogna lavorare insieme per rinforzare la capacità del bambino, aiutare i genitori a trovare il giusto approccio e la scuola nell’intervento che tenga conto anche dei bisogni del gruppo.

 
Esistono dei protocolli, come il:
 
Il parent-management training, che aiutano i genitori in modo pratico a fronteggiare i comportamenti del proprio figlio in modo positivo e prevedono tecniche disciplinari e una supervisione adatta all’età del bam-bino. E’ importante però, la richiesta di aiuto e la relazione che si crea tra terapeuta e famiglia, le tecniche sono insufficienti a produrre il cambiamento, se non si instaura una relazione empatica e di supporto a chi soffre , e in queste situazioni tutti soffrono.
 
Anche la Token-Economy trova applicazione sia nel rapporto individuale sia nel contesto gruppale, e si fon-da sull'attribuzione o la sottrazione di un rinforzo simbolico al manifestarsi di un comportamento adattivo o disfunzionale prestabilito; in altre parole si tratta di uno scambio tra rinforzi simbolici e rinforzi si sostegno. Bisogna però aiutare il bambino a definire quali sono i comportamenti positivi, producendo un buon nume-ro di stimoli di rinforzo alla sua idea di essere un “buon bambino”. Essendo un rinforzo che arriva dell’esterno, mirato a sostituire un comportamento inadeguato con uno adeguato, si deve lavorare attraverso l’accordo reciproco, per un tempo circoscritto. Questa tecnica deve essere supportata da un lavoro con e sul bambino, per aiutare la sua capacità di problem solving, per trovare risorse emotive nuove e di-verse dalla rabbia, che lo portino a costruire relazioni positive con gli altri.  
Alcuni bambini però di particolare talento, potrebbero agire comportamenti simili a causa della loro parti-colare sensibilità che li porta a essere fraintesi. L’equivoco deriva dal fatto che i bambini il cui quoziente intellettivo è nella fascia medio-alta (tra 100 e 125/130) attivi, attraenti, con buone competenze linguistiche, che iniziano a leggere e scrivere facilmente verso i 6 - 7 anni, sono talvolta identificati dagli insegnanti come bambini ad alto potenziale, quando in verità si tratta di bravi allievi, applicati e socievoli (spesso si confonde, a torto, l’efficienza cognitiva con l’efficacia scolastica).
 
In realtà il ragazzo ad alto potenziale cognitivo (QI tra 125/130 e 160) è spesso un bambino difficile che ha incontrato rapidamente dei problemi d’integrazione nella scuola. In classe, l’allievo ad APC evita, in genera-le, di farsi notare troppo performante; consapevole della sua differenza, cerca di nasconderla facendo a volte volontariamente degli errori. Egli non ama imparare a memoria, è raramente un bravo studente. Contando esclusivamente sulla sua memoria, manca di metodo e d’organizzazione, è insaziabile sugli argomenti che lo appassionano e cambia spesso i suoi centri d’interesse. Il suo sviluppo motorio non è in rapporto con la sua precocità intellettuale, scrive male, è spesso maldestro nelle attività manuali o sportive e il lavoro scolastico è ben lungi dall'essere soddisfacente. I suoi insegnanti dicono che “potrebbe fare di meglio.” Questo scrive l’Association Suisse pour les Enfants Précoces (ASEP) Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo, in una interessante guida dalla quale prendo spunto anche per quanto riguarda la necessità che questi bambini vengano riconosciuti. L’associazione infatti scrive:
 
E' importante che il ragazzo venga depistato tramite un test psicometrico e quindi riconosciuto e accettato in quanto tale. Sentendosi differente, il ragazzo AP si svaluta facilmente, e ne deriva una scarsa autostima, fenomeno osservato frequentemente nei soggetti fuori dalla norma. E' anche bene non dare per scontate le sue competenze, a causa del suo alto potenziale, ma complimentarlo e valorizzarlo come tutti gli altri al-lievi, quando dà buoni risultati. Questi bambini sensibili hanno bisogno di sentirsi incoraggiati e sostenuti dalle loro famiglie e dai loro insegnanti, come tutti i bambini. La differenza sta nel fatto che il bambino AP, essendo considerato molto intelligente, può essere più facilmente lasciato solo, dato che l’attenzione degli adulti viene focalizzata in modo più automatico sugli allievi che presentano evidenti difficoltà di apprendimento.
 
Concludendo direi che una buona educazione emotiva , cioè il riconoscimento dei bisogni e ”l’allenamento” a dare voce ai propri sentimenti, con ricchezza di vocaboli e di relazioni significative è necessaria per ogni bambino che ci segnala un “suo particolare bisogno”, recenti studi (La comprensione della mente nei bambini-Ornaghi, Grazzani Gavazzi) hanno evidenziato come l’attenzione alla sfera emotiva riduca le difficoltà o nei casi citati precedentemente sia necessaria per risolverle e per rinforzare le future fasi della vita.
 


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