Le regole che aiutano a crescere

Autore: Gabriella Merenda

Le regole che aiutano a crescere Una difficoltà molto diffusa nei genitori di oggi, riguarda la loro funzione normativa, cioè la capacità dell’adulto di dare dei limiti e delle regole al bambino, di aiutarlo a vivere dentro una struttura di riferimento coerente e prevedibile.

Sicuramente anche la capacità di mettere dei limiti e influenzata da molte variabili, la prima apparentemente banale ma invece molto condizionante è quella del “ pensiero comune”.

Giorni fa, la madre di un ragazzo di 14 anni, scoperto con “una canna” in cameretta, mi portava l’imbarazzo e il senso di inadeguatezza di fronte all’esplicitazione della sua ansia ad altre mamme, le quali l’hanno rassicurata, che tanto non c’è niente di male perché “lo fanno tutti”.
Quindi le azioni che lei voleva intraprendere sono state subito messe in discussione. Il ruolo del genitore è estremamente permeabile all’insieme dei valori e stili di vita che dominano la cultura dell’epoca in cui si vive. I genitori che rientrano a casa stanchi dopo le ore 18 e che sono obbligati a delegare la loro quotidianità a nonni e bambinaia,spesso sorvolano, nicchiano o non vedono richieste e difficoltà perché alienati dal quotidiano.

Un altro punto importante è la difficoltà genitoriale di riconoscere il “figlio reale”, già prima della nascita si crea la fantasia del figlio, con aspettative, proiezioni e idealizzazioni e quando queste per processo di crescita, per difficoltà riportate nei contesti di confronto, per problemi di coppia, vengono meno si vive un profondo senso di smarrimento.
Chi arriva a chiedere aiuto, cioè a riconoscere il bisogno di essere aiutato, si confronta con dubbi, conflitti, ambivalenze e ferite narcisistiche legate al fatto di avere un figlio che ha bisogno di aiuto; o pensa che il figlio” sia strano” spostando tutta l’inadeguatezza solo sull’altro; o che abbia “dei problemi” riconoscendo la difficoltà ma spostandola su un piano di prestazione o relazione.

Qual è l’immagine del bambino nella testa dei genitori ? C’è una forte contraddizione, se da una parte nella nostra società si è diffusa sempre di più la cultura dell’attenzione particolare ai bisogni del bambino, dall’altra però è sempre più difficile riconoscerne l’individualità e lasciargli lo spazio per crescere,sviluppare le sue individualità e soddisfare le proprie esigenze personali (pensiamo all’invasione dei genitori nei compiti attraverso le chat).

Il figlio rappresenta, l’estensione dei desideri e delle aspettative dei grandi, sempre più influenzati da modelli sociali tanto perfetti quanto irraggiungibili.

Viene da se che l’attenzione si concentra sulla prestazione e sui ritmi quotidiani scanditi dal fare e gestiti dagli adulti. L’autoregolazione dei confini, nel confronto tra pari libero,( come l’ormai antico gioco in cortile o per strada), la valutazione di sé attraverso l’esperienza diretta,( del correre fino a non farcela più o del valutare nell’andare a scuola da solo quando attraversare la strada), sono processi di crescita scomparsi o spostati troppo avanti in adolescenza.

Si richiede sempre al bambino di fare ciò che qualche adulto decide, genitori,insegnanti,istruttori e diventa sempre più difficile incontrare qualche amichetto al parco o semplicemente stare a far niente e magari pensare. In contrapposizione a questa modalità fortemente richiestiva, c’è uno scarso investimento nel fornire quelle strategie che aiutano a crescere.

I genitori e le altre figure di riferimento, hanno difficoltà a dare risposte sul piano emotivo che aiutino a condividere la confusione e a formulare risposte adeguate nel bambino.

Spesso i genitori tendono a sostituirsi ai loro figli, indicando il loro modo, senza lasciare al bambino il tempo per riconoscere e segnalare ciò che sente.

In questi casi è difficile percepire in modo realistico i bisogni evolutivi e di conseguenza, i comportamenti nuovi o di rifiuto vengono letti come problematici o come carenti di regole.

Arriviamo quindi al concetto di confine o limite, quanto è difficile svolgere la propria funzione normativa se mio figlio è una proiezione di me e se quando non mi ascolta mi “delude” invece di farmi “innervosire o arrabbiare” ?

Sempre più i genitori raccontano di piccoli ingestibili e refrattari alle regole, di bambini che decidono cosa mangiare e come vestirsi o quando andare a dormire già a due anni; che fanno scenate isteriche davanti ai timidi no dei genitori.
Questi ultimi sembrano spaventati dalle reazioni esagerate dei piccoli o preoccupati del “danno” che possono fare mantenendo una risposta più ferma e chiara.

Ciò che non vedono è il bisogno di contenimento dei bambini, la necessità di sentire i propri genitori forti per concedersi di rappresentare le proprie debolezze. Il bambino ha bisogno del limite chiaro per imparare a confrontarsi con le difficoltà, per mettere ordine nel disagio interno che non conosce ma sente (senza che mamma o papà chiedano : cos’hai o perché fai così).

Ha bisogno di superare la sua visione egocentrica del mondo per imparare a condividere e mettere ordine dentro di se, il limite inoltre rappresenta una grande motivazione caratteriale a capire ciò che si desidera veramente e a lottare per ottenerlo, nonché contemporaneamente, l’allenamento alla frustrazione dei No aiuta i piccoli a riconoscere i veri bisogni e crea le basi per adolescenti che non si conformano ai bisogni del gruppo tanto da negare i propri.

Citando un libro, datato ma quanto mai attuale : “I no aiutano a crescere” non solo i figli per i quali sono necessari ma anche i genitori che si devono rinforzare nel riconoscere il proprio ruolo, così il bambino si può permettere di fare il bambino.


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