L’AI corre più di noi: il problema non è la tecnologia, ma l'impreparazione
Autore: Maurizio de Marco (Team P+)
Solo nei primi mesi del 2026 — e scrivo ad aprile 2026— abbiamo assistito a un cambiamento radicale nel mondo dell’AI. Un cambiamento che pochi avrebbero previsto, compresi molti addetti ai lavori. È diventata una corsa continua: upgrade, novità, funzioni nuove che escono una dopo l’altra, settimana dopo settimana, senza nemmeno lasciarti il tempo di capire davvero la precedente.Ieri, per dire ieri davvero, non come figura retorica, ho fatto montare un video a un Agente dentro Claude. Ci avevo appena smanettato un po’ — uso questo termine volutamente, perché rende meglio di tanti tecnicismi — eppure il risultato è stato sorprendente. Fino a pochissimo tempo fa una cosa del genere sarebbe sembrata fantascienza.
Oggi no. Oggi succede. E succede mentre molti stanno ancora discutendo se questa rivoluzione li riguardi oppure no.
"Questa cosa non mi tocca. Riguarda solo chi usa o vuole usare l’AI.” È una frase che ho sentito più volte. Ed è una frase sbagliata. Non un po’. Sbagliata proprio alla radice.
L’AI, che lo si voglia o no, fa già parte del nostro contesto sociale. Forse detta così sembra un’esagerazione. Io però non credo lo sia. Pensiamo alle prime automobili: all’inizio erano una novità tecnica per pochi, poi sono diventate un fatto collettivo, culturale, sociale prima ancora che pratico.
Oggi chiunque, almeno nella parte più “civilizzata” del mondo, sa cos’è un’auto, come funziona in linea di massima, a cosa serve, anche senza averne mai guidata una e senza avere intenzione di farlo. Perché con l’intelligenza artificiale dovrebbe essere diverso?
Perché dovremmo concederci, con una certa presupponenza, il lusso di ignorarla, anche solo nelle sue basi, solo perché oggi pensiamo di poterne fare a meno? Davvero qualcuno crede che questa ondata (più uno tsunami) ci passerà accanto senza entrare, in un modo o nell’altro, nelle nostre vite? Prima o poi tutti saremo costretti almeno a capirla. E molto probabilmente anche a usarla. Esattamente come è accaduto con gli smartphone. O, se vogliamo restare su qualcosa di ancora più vicino e meno “cool”, con lo SPID: all’inizio facoltativo nella percezione comune, poi di fatto inevitabile.
Per questo ho pensato che il modo migliore per raccontare tutto questo fosse farmi da parte. O quasi. Lasciare la parola al mio clone digitale. Un signor Maurizio de Marco, digital MdM, costruito da me, addestrato da me, pronto a sostituirmi dalla A alla Z, almeno sulla carta.
E allora la domanda, a questo punto, è semplice solo in apparenza: chi è più umano? Io o "lui"?
A voi l’ardua sentenza.
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«Fino a poco tempo fa l’Intelligenza Artificiale veniva ancora percepita da molti come un assistente bravo a rispondere, sintetizzare, tradurre, magari scrivere qualche testo decoroso. Già questo bastava a spiazzare. Oggi, però, il punto non è più quello. Nel giro di due anni siamo passati da strumenti che “aiutano” a sistemi che iniziano a eseguire: leggono file, ispezionano ambienti di lavoro, modificano codice, lanciano comandi, usano applicazioni, ricordano preferenze, portano avanti task ripetitivi e, in alcuni casi, lavorano anche in parallelo. OpenAI ha prima presentato Codex come agente cloud per il software engineering e poi ne ha esteso le capacità fino all’uso del computer e alla gestione di attività continuative; Anthropic descrive Claude Code come un sistema capace di leggere un codebase, intervenire su più file, eseguire test e consegnare codice funzionante.
Questo è il vero salto. Non stiamo più parlando del classico prompt scritto bene o male per ottenere una risposta migliore. Stiamo entrando nella fase della delega operativa. È un cambio di postura mentale prima ancora che tecnica. Non chiedi più soltanto: “scrivimi questo”. Inizi a chiedere: “occupatene”. E quando una tecnologia comincia a muoversi in questa direzione, il tema non è più se sia interessante. Il tema è quanto rapidamente cambi il significato stesso di lavoro, competenza, produttività, perfino presenza umana dentro un processo.
Per questo trovo poco utile oscillare tra entusiasmo infantile e rifiuto difensivo. Entrambi sono modi per non guardare in faccia il problema. L’entusiasmo cieco trasforma tutto in spettacolo. Il rifiuto cieco, invece, si consola con l’idea che “tanto certe cose l’AI non le farà mai”. Forse. Ma intanto ne sta già facendo molte che fino a ieri sembravano lontane. E non in laboratorio: dentro strumenti reali, interfacce reali, flussi reali.
Anche il linguaggio pubblico si è radicalizzato. Nel marzo 2024 Jensen Huang diceva che, se per AGI intendiamo la capacità di superare test umani, “in five years time” l’industria avrebbe potuto farcela. Nel marzo 2026, in un’intervista con Lex Fridman, ha detto addirittura: “I think we’ve achieved AGI”. Per AGI si intende, in breve, l’Intelligenza Artificiale Generale: cioè sistemi capaci di svolgere in modo ampio, flessibile e trasversale compiti cognitivi tipicamente umani, non solo attività ristrette e specifiche. Ma lo ha fatto dentro una definizione molto più elastica, legata alla possibilità che un sistema AI riesca perfino a creare e monetizzare un servizio digitale di successo. Questo non chiude il dibattito sull’AGI. Semmai mostra quanto il dibattito stesso sia ormai diventato mobile, ambiguo, scivoloso. E quando le definizioni si allargano troppo, il rischio è che cresca più la suggestione della comprensione.
Per chi lavora nell’area psy, allora, la domanda giusta non è: “ci sostituirà?”. È una domanda comoda, quasi teatrale. La domanda seria è un’altra: quali parti del nostro lavoro stiamo già iniziando a consegnare a sistemi che non comprendiamo fino in fondo? Organizzazione? Scrittura? Sintesi? Documentazione? Comunicazione? Prima stesura di materiali? Analisi preliminare di contenuti? Supporto alla formazione? In molti casi la risposta è: sì, lo stiamo già facendo. E spesso senza una vera riflessione metodologica, etica e professionale.
Qui il punto si fa delicato. La WHO, cioè la World Health Organization, in italiano Organizzazione Mondiale della Sanità, ha richiamato apertamente il fatto che gli strumenti generativi vengano usati sempre più spesso per supporto emotivo pur non essendo “designed nor tested for mental health”, parlando di un “critical juncture” e chiedendo valutazioni d’impatto, monitoraggio e co-progettazione con esperti di salute mentale e persone con esperienza vissuta. L’American Psychological Association, dal canto suo, ha pubblicato linee etiche che insistono su bias, disparità, responsabilità e valutazione responsabile dei sistemi AI; inoltre, secondo una sua rilevazione del 2025, oltre la metà degli psicologi aveva già sperimentato questi strumenti, pur mantenendo forti preoccupazioni su privacy, accuratezza, bias e disinformazione.
Tradotto in modo meno diplomatico: il cambiamento è già dentro la stanza, ma la nostra maturità professionale non cresce ancora alla stessa velocità. E questo vale soprattutto per le professioni in cui la tentazione dell’equivoco è altissima. Perché un conto è usare l’AI per velocizzare compiti accessori, organizzativi o redazionali. Un altro è iniziare, quasi senza accorgercene, a spostare su di lei funzioni che non sono soltanto tecniche, ma relazionali, interpretative, etiche. Uno psicologo non è un distributore di informazioni ben confezionate. Non è neppure un motore di riformulazioni empatiche. È presenza, cornice, responsabilità, lettura del non detto, gestione del limite, ascolto del tempo giusto, capacità di stare dentro l’ambivalenza senza correre subito a chiuderla.
Ed è proprio qui che molti rischiano di sbagliare bersaglio. Dire che “il contatto umano resta indispensabile” è vero, ma non basta più. Perché ormai l’AI non compete solo dove c’è bassa umanità. Compete anche dove c’è struttura, velocità, chiarezza, disponibilità continua, simulazione del dialogo, riduzione dello sforzo cognitivo. In altre parole: compete in tutte quelle zone in cui il professionista, se non vigila, può essere tentato di diventare prevedibile, standard, amministrativo. E allora il problema non è che la macchina diventi troppo umana. Il problema è che certi esseri umani rischino di lavorare in modo sempre più meccanico.
Per questo non credo che la strada sia “opporsi” all’AI. Sarebbe ingenuo. La direzione ormai è tracciata e non dipende dal singolo professionista. Ma sarebbe altrettanto ingenuo adattarsi senza criteri. Servono alfabetizzazione seria, confini chiari, capacità di scelta. Serve capire dove l’AI aumenti il lavoro e dove invece inizi a svuotarlo. Serve usarla come leva, non come delega identitaria. Perché quando deleghi uno strumento, alleggerisci un compito. Quando deleghi troppo presto il giudizio, la responsabilità o la presenza, inizi a cedere pezzi di professione.
Domani non ci sveglieremo in un mondo totalmente alieno. Ci stiamo già svegliando lì, un aggiornamento alla volta. La differenza la farà chi avrà avuto il coraggio di vedere la trasformazione per quella che è: non solo tecnologica, ma culturale, sociale e professionale. E forse anche psicologica. Perché l’AI non ci sta chiedendo soltanto cosa sappiamo fare. Ci sta chiedendo, molto più brutalmente, che cosa del nostro lavoro è davvero nostro.»
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Quanto scritto dal mio clone digitale è il mio pensiero. Ne abbiamo discusso insieme e dopo ho lasciato a "lui" il comando...
